GIUSEPPE MAZZINI

Giuseppe Mazzini: gli scritti editi e inediti

Il primo gennaio del 1851 Giuseppe Mazzini scriveva all’amica Emilie Ashurst: “La mia idea non è che un’incessante attività per essa; ma un’attività che, all’infuori di pochi casi, è consistita in uno o due milioni di lettere, biglietti, istruzioni, dimenticati, perduti, bruciati”.

Di questa “incessante attività” i volumi dell’Edizione Nazionale degli scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini rappresentano l’originale testimonianza. Allo stesso tempo, essi rappresentano senza dubbio anche una delle più imponenti operazioni editoriali mai realizzate nel nostro paese. Tra il 1906 ed il 1943, per i tipi di Galeati, tipografia imolese, e sotto la paziente supervisione dello storico romano Mario Menghini, furono dati alla luce ben centosei volumi:

  • sessantaquattro di Epistolario;
  • trentuno di Politica;
  • cinque di Letteratura;
  • sei di Protocollo della Giovine Italia.

Il “Monumento di Carta” (così è stata definita l’opera) raccoglie un totale di 40.000 pagine.

Una curiosità significativa sulla vicenda che ha accompagnato la pubblicazione degli scritti editi ed inediti di Mazzini. All’avvento del fascismo l’editore Galeati interruppe la stampa dei volumi per il timore di rappresaglia da parte dei Ras emiliani e di Farinacci in particolare. Il Governo Mussolini, tramite il ministero della Cultura, garantì viceversa l’editore e fece sostenere anche economicamente la conclusione dell’Opera.

Per chi studia il pensiero democratico (nelle varie declinazioni socialiste e liberali), l’Edizione Nazionale di Giuseppe Mazzini rappresenta un passaggio necessario.

“Nel 2001 – scriveva Michele Finelli – è partita la mia attività di editing degli Scritti mazziniani nell’ambito della loro informatizzazione, e dell’Edizione Nazionale ho cominciato a conoscere nei dettagli la struttura, in un rapporto quotidiano con gli scritti mazziniani. Al fascino di questa attività si accompagna la sensazione di cimentarsi in un’attività fuori dal comune …. che riguardava un personaggio come Mazzini che fino a quel momento aveva risentito dell’ostracismo delle istituzioni e della cultura ufficiale. La cosa che maggiormente mi ha stupito è stata la bibliografia deficitaria, se comparata al significato politico ed al valore scientifico dell’opera, sull’Edizione Nazionale: essa è sostanzialmente riconducibile a quattro articoli (!)

Tra i principali compiti della Biblioteca di Casa Brera - che ha ereditato l’Opera dal ex direttore della Critica e Ambrogino d’Oro nel 1962, il socialdemocratico Giuseppe Faravelli - è quello dello studio e della divulgazione del pensiero mazziniano per la sua estrema modernità e preveggenza. La stessa Critica Sociale di Turati prende le mosse da una adesione al socialismo positivista, assai blandamente marxista (Ralf Dahrendolf definì quel gruppo di “cosiddetti socialisti “ dei “liberaldemocratici”), poiché legata ai valori repubblicani del Risorgimento (che è bene ricordare essere stato sconfitto dagli altri filoni, liberale e monarchico). La stessa rivista è percorsa da Autori del socialismo liberale direttamente ispirati al mazzinianesimo, come Carlo Rosselli, Alessandro Levi e, in parte, Gaetano Salvemini (in particolare nel suo “Federalismo e questione meridionale”).

L’intero lavoro di studio del mazzinianesimo è contenuto infine nei volumi del prof. Salvo Mastellone (che è stato ordinario di Storia contemporanea a Firenze) un grande amico della Critica Sociale e uno dei massimi studiosi di Mazzini in Europa, riconosciuto anche dalle Università americane.